Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis

È un film che parla da sé. Ti arriva addosso come un treno in corsa. Ti inghiotte. Ne esci ammutolito. Hai solo voglia di silenzio. Un silenzio rispettoso. Per le vittime, per le loro famiglie, per la promessa ignominiosamente tradita di un futuro cui tutti avrebbero diritto. Torturare e poi ammazzare coi voli della morte per cancellare ogni traccia di corpi, pensieri e dissenso è il lato oscuro dell’umano. Quello grottesco. Degradato. Sadico. Incapace di accettare l’alterità e il confronto.

Penso che ognuno conviva con i propri demoni. Il mio è stato il pensiero lacerante che mentre la mia adolescenza trascorreva passabilmente serena, dall’altro lato del mondo scompariva una generazione. Di coetanei. Vittime della ferocia di brutali dittatori come Videla in Argentina e Pinochet in Cile. Sentendomi in debito e provando un forte senso di vicinanza, ho desiderato saperne di più documentandomi in tutti i modi possibili. Erano gli anni Settanta. Ricordo la finale di Coppa Davis tra Italia e Cile, disputata da Panatta e Bertolucci, in doppio, che indossavano le magliette rosse in segno di dissenso contro la dittatura. Il rosso era il colore dei fazzoletti che i parenti dei desaparecidos cileni sventolavano in segno di protesta. La vita mi ha permesso di conoscere personalmente qualche sopravvissuto segnato nel profondo. Alcune madri della Plaza de Mayo con in testa i loro inconfondibili fazzoletti bianchi. Segno di appartenenza ad una sola causa: protestare per i figli scomparsi e per tentare il ricongiungimenti ai nipoti, mai conosciuti, nati durante l’internamento dei loro genitori. E magari adottati dagli stessi aguzzini che non potevano aver figli. Mi è anche capitato di conoscere un convinto negazionista, che era fuggito a gambe levate dopo la caduta della dittatura, che attribuiva il clamore suscitato da quegli eventi a una certa stampa sensazionalista. Ho letto molti libri tra cui, recentemente, “Figlia mia” di Carlo Greppi, che suggerisco caldamente. Concordo con Bechis sul fatto che far luce su quelle tragiche vicende, testimoniare quanto è accaduto anche a costo di ammettere reticenze errori collusioni, denunciare i carnefici e i loro modi ricattatori – come è capitato a Mariano Guerra il protagonista del film – sia l’unica strada per sanare le ferite e ricucire lo strappo che si è creato nel tessuto sociale. Perché la storia è destinata a ripetersi. L’oblio non cancella. Forse sopisce, alimentando fantasmi. Lo dobbiamo ai desaparecidos che mentre venivano arrestati gridavano più e più volte il loro nome nel timore di essere dimenticati.



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