Sta a vedere che il virus del tango argentino ha contagiato anche me…

Del tango mi hanno sempre affascinato due aspetti. Ascoltare alcuni vecchi brani di Gardel in cui la musica, annunciata dal fruscio della puntina del grammofono, sembra emergere dai recessi del tempo per avvolgerti nella sua malinconia e proiettarti nella semioscurità di una milonga della Buenos Aires degli anni Trenta o della Parigi degli esuli argentini. E poi le scarpe delle ballerine, da cui non riesco a distogliere lo sguardo, pur non essendo una feticista. Trovo che trasudino femminilità: tacchi altissimi e sottili, cinturini che avvolgono la caviglia o che percorrono diagonalmente il collo del piede. Accostamenti cromatici audaci, difficilmente osservabili nella vita di tutti i giorni. Finiture preziose di raso, strasse, paillettes. Ma soprattutto gambe che le muovono. Ora aggraziate, ora nervose e scattanti, ora in attesa che il ballerino sveli le sue intenzioni.

Quando entri nel mondo del tango, ti ritrovi catapultata in un universo parallelo con le sue regole e i suoi codici. Vieni accolta dai maestri e dai compagni di corso con un caloroso abbraccio. Per inciso, si baciano tutti. Anche gli uomini tra loro. All’uso argentino. È una sorta di rituale che sancisce ufficialmente il tuo ingresso nella comunità tanguera, che in cambio ti chiede massimo rispetto per il tango. Non per nulla c’è sempre qualcuno che ti ricorda che il tango è cultura, filosofia di vita prima ancora che ballo. Intuisci pure che devi avere un occhio di riguardo per l’abbigliamento. Che, in realtà, risulta abbastanza variegato. Oscilla dal doppio petto con papillon e pochette nel taschino ai jeans, per gli uomini. Che possono calzare scarpe con tacco, bianche e nere, di vernice, di camoscio, di serpente. Meglio se argentine doc. Le donne invece usano sfoggiare una serie di abitini minimalisti, improbabili per una serata tra amici, acquistati in saldo a ondate successive. Mentre le giovani optano spesso per un look alternativo.

Ogni universo ha le sue peculiarità e anche il tango non fa eccezione. Nelle milonghe, ad esempio, mi capita spesso di osservare dei ballerini sul cui volto è dipinta in permanenza un’espressione estatica, che rasenta la fissità. Se una musica ha il potere di rimescolarti le viscere non dovrebbe esitare in un brivido di piacere lungo la schiena piuttosto che in un sorriso vacuo? Ma tant’è. In genere questi personaggi circonfusi di beatitudine oltre a usare un linguaggio da iniziati, ostentano anche seriosità. Sono davvero felice che il tango sia entrato nella mia vita, perché lo trovo molto arricchente. Credo che rappresenti un’indubbia possibilità di crescita personale. Non l’unica, né necessariamente la migliore.

Come può il tango imbrigliare nelle sue spire al punto da diventare il faro illuminante di tante esistenze? Notte tempo, per le vie della città, si aggira un esercito di tangueri in crisi d’astinenza, alla ricerca compulsiva di una milonga. Si profila come un vero e proprio fenomeno sociale. Non saprei se definirlo un virus contagioso, una nuova forma di dipendenza, male di tango o tutte queste cose insieme, nei casi più severi. Sta di fatto che mi capita di assistere alla metamorfosi, lenta e inarrestabile, di persone a me vicine, senza che loro ne abbiano consapevolezza. Allora li guardo con circospezione e poi mi chiedo: cosa faccio, glielo dico? Nell’incertezza, li tengo sotto osservazione. Se necessario, in quarantena.

Noi donne siamo uniche. Anche in milonga, tra un tango e l’altro, riusciamo a dar vita a quel fitto pissi pissi di confidenze, sensazioni intime, slanci di sincerità, da cui emerge anche il lato oscuro del tango. Di cui generalmente non si parla. Eh sì, perché con buona pace delle femministe, non esiste niente di più maschilista del tango. È infatti il ballerino che decide quando puoi muoverti, quanto devi attenderlo ferma su di un piede, quali sequenze, figure e passi puoi fare. Anche quando percepisci chiaramente che tra lui e la musica c’è un abisso difficilmente colmabile. Come se non bastasse, è sempre il ballerino a decidere quale donna far ballare. D’altronde non ha che l’imbarazzo della scelta. Le milonghe sono popolate di un esercito di donne sole. Spesso brave e non più giovanissime, che rischiano di far tappezzeria per un’intera serata fino a che un uomo di buona volontà non si decide a farle ballare. E se per attirare gli sguardi maschili usano l’arma della seduzione, oltre che sole risultano anche un po’ patetiche. Difficile competere con trentenni sode, contro cui la forza di gravità non si è ancora accanita. Gli uomini invece si fregano le mani: è caccia grossa. Riscoprono l’ebrezza del corteggiamento e l’emozione di abbracciare un corpo sconosciuto: dialogante o respingente?

Sì, perché il tango si gioca tutto in un abbraccio. Che può persino turbare. Fatto di profumi intensi e di odori. Altrettanto intensi. Poche volte per mancanza di igiene personale. Più frequentemente per la tensione, che fa grondare di sudore o fa sudare acido. Ognuno porta se stesso in quell’abbraccio che la donna impara ad ascoltare, per decidere se può fidarsi e soprattutto affidarsi. Si tratta pur sempre un incontro intimo con uno sconosciuto. Esistono abbracci caldi, avvolgenti e rassicuranti ed altri che sono brutali e invadenti. Ad esempio quando le dita del ballerino ti arpionano la schiena o ti spingono avanti con mala grazia come fossi il carrello della spesa. Talvolta, invece, sentendoti un tram, ti aspetti anche la scampanellata. Questo in genere è lo stile dei tangueri neofiti. Che dire poi dei ballerini prodighi di consigli non richiesti?

Per chi balla con i mariti, poi, si apre tutto un altro capitolo. Perché la fase del romanticismo in genere è stata ampiamente superata. Se a questo si aggiungono noiosi battibecchi che si trascinano dalla tarda mattinata, è facile essere apostrofate con frasi acide del tipo: smettila di prendere iniziative, cosa stai facendo? come metti i piedi? stasera non si riesce a fare niente. Con l’implicito che la colpa sia tua. Siccome ciascuno dei due è fermamente convinto che la colpa sia dell’altro, la crisi isterica è inevitabile. Con buona pace di chi sostiene che il ballo cementa la relazione coniugale. Certo, la cementa a patto che i due sopravvivano alla selezione naturale e non si ammazzino prima. Dirò di più. Coppie che nella vita di tutti i giorni sono molto affiatate, nel ballo si trasformano. Diventano aggressive. Con un repertorio che spazia dal sopracciglio inarcato, all’occhiata torva, alla sbuffata d’impazienza sino allo scontro verbale vero e proprio. Dove volano parole grosse. D’altronde la posta in gioco è alta: c’è di mezzo la propria immagine pubblica. E questo la dice lunga su quanto siamo sensibili al giudizio altrui. Il tutto è complicato dal fatto che entrambi i ballerini hanno un compito molto impegnativo. L’uomo deve saper condurre impartendo comandi chiari, altrimenti la donna non può seguirlo. E deve avere l’occhio lungo per riuscire a districarsi in una pista gremita di gente. La donna invece ha una funzione prettamente coreografica: deve rendere il ballo sensuale e bello da guardare. Anche se i maestri insegnano che l’uomo dovrebbe fare principalmente un lavoro di backstage per valorizzare al massimo la ballerina, gli uomini bellamente fanno orecchio da mercante, rivendicando la loro quota di esibizionismo. Siccome poi non tollerano di sbagliare, perché equivarrebbe ad ammettere di non essere all’altezza della situazione e l’incrostazione secolare di maschilismo non glielo permetterebbe, scaricano la colpa sulla donna. E il copione si ripete all’infinito. Credetemi, non è una visione di parte. Bazzicare per quindici anni nel mondo del ballo mi ha consentito di collezionare una casistica di tutto rispetto.

Essere principianti non è una malattia – mi ha detto un amico. Vero, ma non facile da accettare. Perché calcare la pista sentendoti goffa e con la sensazione sgradevole di avere gli occhi di tutti puntati addosso, mette a dura prova il tuo amor proprio. Ma il tango è fascinazione, sfida, fatica, delusione, magia. Vuol dire trasformare parole inizialmente oscure come ocio, gancio, adorno, sacada in un concreto repertorio di figure, da provare e riprovare allo sfinimento, prima che diventino guardabili. Per acquisire la memoria corporea dei movimenti – direbbero Claudia e Luis, i miei maestri. Nel frattempo, però, gli specchi della palestra ti rimandano un’immagine impietosa in cui assomigli a una pantera rosa aggrappata al ballerino. Dunque la tua principale occupazione di principiante consiste nel digerire tonnellate di frustrazione. Non per nulla molti mollano il colpo. Col tempo però cogli impercettibili segni di miglioramento. Intanto scopri che il tango nasce da particolare alchimia tra due persone. Che non siamo adatti a tutti e quindi non possiamo ballare bene con tutti. Che solo con alcuni si crea quella particolare complicità fatta di ascolto, abbandono, creatività. E che è proprio nelle pause, che all’inizio risultavano interminabili, che prende vita quel qualcosa di assolutamente unico e originale che è il tuo tango.

Credo che il tango conquisti perché è una metafora della vita. Addestra alla pazienza, all’ascolto, a sostare nell’incertezza, a fare i conti col senso del limite, ad affidarsi all’altro rinunciando al bisogno di tener tutto sotto controllo. Che è poi la stessa attrezzatura che serve per star bene nella propria pelle.

Benvenuti, dunque, nel misterioso mondo del tango, in cui accade tutto e il contrario di tutto. Dove donne che sembrano uscite da un quadro di Botero sanno ballare in modo aggraziato. Dove ci sono serate magiche in cui tutti ti invitano a ballare come se emanassi un fluido speciale ed altre in cui ti sembra di essere invisibile. E se all’inizio commetti l’imprudenza di chiederti: ma cosa ho fatto? ho forse la fiatella?, col tempo smetti di farti simili domande. Primo, perché non serve a nulla. Secondo, perché non hanno risposta.



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