“The square” di Ruben Őstlund

Film premiato a Cannes e forse poco apprezzato. Che, oltre agli spunti di riflessione suggeriti dal regista svedese, mi ha anche offerto gratis un efficace spaccato sociologico dei nostri tempi. Mi spiego. Alcuni spettatori, seduti al centro della fila in cui mi trovavo, sono usciti sdegnosamente dalla sala a pochi minuti dalla fine, complice la durata del film superiore alla media. Peccato che così facendo, abbiano costretto un’intera schiera di persone ad alzarsi per farli passare. Non tenendo poi conto che il finale può sempre riservare delle sorprese. Altri, invece, hanno optato per il boicottaggio verbale, vomitando tutta la loro indignazione a film in corso. Ma si sa che marcare il territorio per qualche attimo di celebrità è molto di moda.

La trama in sintesi è questa. Nell’odierna Stoccolma, un tempo famosa per essere una delle città più egualitarie d’Europa, oggi invece popolata di frotte di mendicanti, vive Christian, giovane curatore di un celebre museo di arte contemporanea. Divorziato con due figlie cui si dedica amorevolmente, si ritiene un progressista, rispettoso del prossimo e dell’ambiente e fa dell’etica il suo caposaldo. Tanto che una mattina, mentre si reca al museo, in fibrillazione perché sta per essere posata un’installazione artistica di grande rilevanza, “the square” per l’appunto, si imbatte in una donna urlante. Il suo senso civico gli impone di fermarsi per capire cosa le stia accadendo, salvo poi accorgersi di essere stato vittima di un raggiro. E, paradossalmente, proprio durante l’installazione di questa opera, definita dal suo esecutore “un santuario di fiducia e altruismo al cui interno tutti debbono avere uguali diritti e uguali doveri”, Christian pianifica lucidamente la sua vendetta. Coinvolgendo anche persone ignare. Tra cui un ragazzino tenace, che pretende a buon diritto le sue scuse. Christian si spazientisce, lo spintona malamente senza preoccuparsi di averlo ferito. A causa di queste vicissitudini, trascura la promozione dell’evento museale, che viene affidata a due presunti esperti. I quali non esitano ad usare un soggetto molto discutibile, amplificandone la risonanza mediatica con strategie di marketing virale. Questa scoperta imbarazzante induce Christian a dimettersi. Lo comunica attraverso una conferenza stampa, durante la quale viene paradossalmente accusato di ostacolare la libertà di espressione.

The square è un film che non ti aspetti. Che ti sorprende perché mette sotto la lente di ingrandimento la società odierna e in particolar modo il mondo dell’arte con tutto ciò che gli gravita intorno. Lo fa in modo provocatorio, anticonvenzionale, irriverente. Alternando la feroce derisione del chiacchiericcio fine a se stesso, a momenti di tensione allo stato puro che ti costringono a misurati con l’imponderabile.

Nel film Őstlund scandaglia più tematiche, in ordine sparso, restituendoci l’istantanea di una società profondamente malata. Mondo dell’arte incluso. In cui pur di essere visti si è disposti a tutto. In cui la coerenza è diventata merce rara, tanto che constatiamo quotidianamente lo scarto marcato tra dichiarazioni di intenti e comportamenti. In cui l’individualismo la fa da padrone, approfondendo il solco tra chi fatica ad arrivare a fine mese e chi, dietro una facciata colta e progressista, si perde in fatui monologhi sul senso dell’arte. Critici ed esperti a vario titolo che, dimentichi del loro ruolo, non esitano a imbucarsi in maniera becera ai buffet dei vari vernissage. Il regista si interroga anche sull’annosa questione di cosa sia l’arte. Quella contemporanea in particolar modo. Raccontando di come, per far spazio a “the square”, venga smontata con mala grazia un’importante statua equestre bronzea, della quale si è dimenticato il valore. Può definirsi arte uno gigantesco schermo che proietta l’immagine di un uomo che grugnisce? L’artista va oltre. Propone un esperimento. Lo sguinzaglia tra i partecipanti alla cena di gala, in onore dei due anziani mecenati del museo, intimando ai presenti di non cedere alle sue pesanti provocazioni. Da questa sequenza lunghissima si esce estenuati, attoniti, smarriti. Come lo sguardo del regista.



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