Tutto quel che resta di te di Cherien Dabi

C’è stato un tempo in cui la Palestina era un rigoglioso agrumeto. Le arance di Jaffa venivano esportate in tutto il mondo. Avevano un profumo inconfondibile. Il nonno di Noor – protagonista della vicenda – ne andava fiero. Finché, nel 1948, con la nascita dello stato di Israele, ha subito l’esproprio delle terre ad opera degli occupanti. Non solo. Per accogliere migliaia di ebrei provenienti dai confinanti territori arabi, migliaia di palestinesi, tra cui lui e la sua famiglia, sono stati costretti ad un esodo di massa. La Nakba. Dall’oggi al domani il loro status, la loro identità, la loro dignità vengono spazzati via. E si ritrovano profughi o rifugiati. Soprusi, umiliazioni e ingiurie scandiscono le loro vite. La vicenda narrata dal film, la cui regista è una palestinese naturalizzata americana, si dipana nell’arco di tre generazioni, comprendo un periodo storico di circa ottant’anni. Di vita vissuta. Dalla Nakba, l’esodo, alla prima Intifada. La rivoluzione scoppiata in Cisgiordania alla fine degli anni Ottanta. Prolungandosi fino ai nostri giorni. Durante l’Intifada Noor, giovane orgoglioso come il nonno, ribelle, animato dal desiderio di riscatto e per questo sprezzante del pericolo, viene colpito da un proiettile per mano del nemico. Ha bisogno di cure mediche sofisticate che in un ospedale palestinese non può ricevere. Per curarsi, deve essere trasferito in territorio israeliano. Ma questo comporta lungaggini burocratiche, che gli costeranno la vita. A questo punto I medici pongono la delicata questione della donazione degli organi. Per salvare altre vite. Molto probabilmente israeliane. Dopo lunga e sofferta decisione, i genitori di Noor accettano. Ad una sola condizione. Che chi riceverà quegli organi, ne faccia buon uso. Perché grondano sangue. E soprattutto perché è tutto quello che rimane loro del figlio. Scelgono cioè di rimanere fedeli al credo del nonno: ” Nella vita ti possono rubare tutto tranne l’umanità”. La regista Cherien Dabis si interroga su come il portato traumatico delle generazioni precedenti incida su quelle future. Lasciando aperti dilemmi quali: è meglio sopportare le ingiurie del nemico per preservare le persone care o ribellarsi per preservare la dignità? È preferibile fuggire in cerca di una vita possibile tradendo le proprie radici o resistere allo stremo in patria?



Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookies. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi